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mercoledì 2 dicembre 2009

Tre lezioni dal Dubai.

L’esplosione della speculazione immobiliare in Dubai insegna almeno tre cose. E mette ora le imprese italiane creditrici di fronte a una scelta. O compongono presto un trust unitario. Oppure le banche estere che sono più esposte tratteranno al meglio le garanzie per sé e i propri clienti. E rischiamo di prenderci un’altra sveglia. Non sul mattone dubaino, questa volta. Ma sui porti di mezzo mondo. Andiamo per ordine.
La prima lezione è che quando come nel caso del Dubai non si hanno attività reali – né materie prime né attività di trasformazione – puntare tutto sull’obiettivo di offrire al mondo globalizzato un hub di servizi tax free – in Dubai non c’è obbligo di partner locali per società di qualunque tipo, l’aliquota personale è zero, la tassazione societaria per 25 anni è garantita free of charge – comunque non garantisce che il prezzo degli asset immobiliari continui ad avvalorarsi, sostenendo in quanto tale l’esposizione crescente per realizzarli. Francamente, capisco che i governo del Dubai abbia ribadito che non risponde del debito di Dubai World, come del resto era esplicitamente scritto nel prospetto di ogni sua emissione obbligazionaria: è infatti una lezione per le banche internazionali e soprattutto britanniche, esposte per l’equivalente del 100% del pil di Dubai, non per per l’emiro Rashid al Maktoum che aveva preso le sue esplicite precauzioni.
La seconda lezione è per le imprese che lavoravano in Dubai, perché si troveranno esposte a bei buchi nel conto economico atteso. E la lista è lunga, anche di italiane o comunque di sussidiarie italiane di gruppi multinazionali: per restare solo alle maggiori ABB, Ansaldo Energia, Astaldi, Belleli, Fisia Italimpianti, Snamprogetti, Saipem, Danieli-Officine Meccaniche, IANUA, Nuovo Pignone, Italconsult, Pizzarotti, Tecnosistemi, Italian Design, Technip Italy, Pacorini SpA, Salini… un bel mix di engineering, edilizia, design, arredo casa, ceramica e mattonelle.
La terza lezione è ancor poco chiara ai più, ma interessa un settore centrale e decisivo negli affari mondiali: il traffico commerciale navale, cioè l’arteria principe della globalizzazione. Vedremo se i responsabili Deloitte della ristrutturazione del debito, nominati da Dubai Wolrd in riservata trattativa con le maggiori banche internazionali creditrici, a fronte degli impegni assai poco calorosi offerti dal governo del Dubai – che non risponde dei 60 bn $ in bonds di Dubai World da restituire al 2011– e a maggio ragione tanto più di quello di Abu Dhabi, non si rifaranno su uno degli asset che più fa gola di Dubai World, cioè Dubai World Port. Ricordo a tutti che è il quarto gigante al mondo per gestione diretta di terminali logistici marittimi: in 49 porti disseminati tra USA, UK, Germania, Emirati, Africa, Cina, Vietnam, Australia e via continuando, con altri 13 mega progetti in via di realizzazione. Bush aveva posto il veto alle attività del gigante britannico P&O nei maggiori porti USA, quando nel 2006 esso fu rilevato dai dubaini. Ma i 48 milioni e rotti di TEU movimentati da Dubai World Port nel 2008, che al terzo trimestre di quest’anno registravano solo un -6% sul terzo trimestre 2007 e cioè erano a mala pena scalfiti dal -15% di calo del commercio mondiale a cui chiuderà se va bene il 2009, insieme a molti porti in mezzo mondo farebbero gola a gran parte delle banche creditrici. Inutile dire che per le banche americane e nordeuropee l’interesse prioritario è esattamente opposto a quello italiano, nel commercio navale. Noi dobbiamo difendere i flussi che dall’Asia passano per il Golfo, Suez e il Mediterraneo. Loro, hanno l’interesse a minimizzarli.
Attenzione dunque: il buco che molte aziende italiane stanno rischiano non riguarda loro da sole, riguarda noi tutti. I creditori italiani dovrebbero essere energicamente invitati dal governo a costituire un trust unitario nel più breve volgere di tempo possibile, trust al quale dare una rappresentanza bancaria e legale altrettanto unitaria da costituire al più presto presso i ristrutturatori ufficiali del debito dubaino. Altrimenti, i più esposti avranno i porti che attualmente fanno molta più gola di nuova carta finanziaria degli Emirati. Noi, niente.

 

Fonte: Investireoggi.it ( Oscar Giannino )

martedì 1 dicembre 2009

Dubai

                                                                                                                                        

Dubai World ristruttura debiti per 26 miliardi, l'emiro di Dubai getta acqua sul fuoco, ma le Borse degli emirati fanno ancora capolino. La società controllata dal Governo del piccolo emirato arabo ha messo a punto un piano che prevede la ristrutturazione del suo debito per una cifra complessiva di 26 miliardi di dollari.
Il piano prevede un processo di ristrutturazione in cinque fasi, che interesserà alcune delle società controllate, tra cui anche l'immobiliare Nakheel, tra le più colpite dalla crisi. La ristrutturazione esclude le imprese della holding Dubai Word che hanno un buon andamento finanziario. Si tratta di Istithmar World, DP World e Jebel Ali Freezone.
Il tentativo è quello di salvare i cosiddetti gioielli del gruppo, anche se gli esperti sono scettici sulla possibilità che Dubai World possa riuscire a disfarsi dei debiti e tenersi tutte le imprese sane. Gli obbligazionisti del gruppo sono ancora sotto shock per l'annuncio della moratoria sul pagamento dei debiti, ma difficilmente accetteranno una ristrutturazione senza avere delle forti garanzie in cambio, specie ora che il governo si è tirato fuori dalla copertura del debito.
Nakheel, che è l'anello debole dell'impero finanziario di Dubai World, alla fine del 2008 aveva in portafoglio attività del valore di circa 100 miliardi di dollari. Ma nel frattempo i prezzi degli immobili sono crollati del 50% e gran parte delle mega-costruzioni progettate dal gruppo sono rimaste invendute e coi lavori fermi a metà.
Anche Limitless, l'altro braccio operativo nel settore immobiliare, sulla carta ha un portafoglio con attività del valore di 100 miliardi di dollari, ma ha gli stessi problemi di Nakheel. Per questo Dubai World rischia di dover mettere in vendita almeno una parte dei suoi gioielli.
Nonostante l'annuncio di Dubai World sono continuati anche oggi gli ordini di vendita alla Borsa di Dubai e in quella di Abu Dhabi essendo venuta meno la fiducia degli investitori sul piccolo emirato arabo dopo che, la scorsa settimana, Dubai Wolrd ha chiesto una moratoria sul suo debito che ammonta a circa 60 miliardi di dollari.
Proprio la Borsa della città emiratina ha chiuso con un -5,61%. Male anche la vicina Abu Dhabi con un -3,57%. A poco sono servite le considerazioni dell'emiro di Dubai, Sheikh Mohammed bin Rashid al-Maktoum, che è anche vice presidente, premier e ministro della Difesa degli Emirati arabi uniti, secondo cui il Governo dell'emirato e Dubai World sono due entità separate.
"Mettere insieme il gruppo Dubai World e il Governo è sbagliato. La nostra economia è forte e solida". E' con queste parole che l'emiro ha commentato per la prima volta la crisi finanziaria che sta colpendo il suo emirato. I numeri di Moody's parlano chiaro. L'agenzia internazionale di rating ha infatti stimato in 100 miliardi di dollari il debito complessivo dell'emirato di Dubai e delle sue aziende.
Moody's ha specificato che Dp World e la Free Zone Jabel Ali, due società di Dubai World, che non rientrano nella ristrutturazione del debito, hanno debiti di circa 10 miliardi di dollari. Secondo Moody's la ristrutturazione di parte dei debiti di Dubai World potrebbe portare a una catena di default e al downgrade dei rating di numerose banche degli Emirati arabi uniti, mentre le grandi banche internazionali subiranno danni relativi.
Per Moody's le banche degli Emirati controllano circa il 15-20% dei 60 miliardi di dollari di debiti di Dubai World. Mentre le banche inglesi hanno la maggiore esposizione verso il debito di Dubai World, a detta di Harm Zebreges, rappresentante del Fondo Monetario Internazionale per la zona Asia-Pacifico. "Secondo quanto ci risulta l'esposizione delle banche asiatiche è limitata con una più forte esposizione delle banche britanniche", ha sottolineato Zebreges.
Rientrati in parte i timori sulla situazione finanziaria a Dubai, le Borse europee oggi viaggiano in territorio positivo. Incoraggiate anche dalla buona apertura di Wall Street (+1% il Dow Jones e +1,20% il Nasdaq), le piazze finanziarie del Vecchio Continente consolidano i progressi. Londra guadagna l'1,90%, Francoforte l'1,94%, Parigi il 2,20%.
Piazza Affari si muove compatta con il resto d'Europa, con il Ftse Mib in rialzo del 2,34%. Bene anche All Share (+2,26%). Il prezzo del petrolio è tornato sopra quota 78 dollari, l'euro a quota 1,51 dollari: la moneta europea ora passa di mano a 1,5090 dollari, dopo essere risalita a 1,5105 e l'oro ha aggiornato il massimo storico. Ha infatti sfondato quota 1.200 dollari l'oncia. Al Comex di New York i future con scadenza a febbraio hanno segnato un nuovo record storico a 1.200,05
dollari.

fonte: Milano Finanza

lunedì 9 novembre 2009

Miami: prezzi molto interessanti.



Negli Stati Uniti la speculazione comincia a dare i primi segnali: bisogna approfittarne ora che i prezzi sono bassi, complice anche un cambio euro/dollaro particolarmente favorevole per noi europei.
Il “Volatility Index” che segnala appunto la volatilità e la violenza degli sbalzi nelle quotazioni è tornato ai massimi dell’anno, spinto dall’indice Dow Jones capace di perdere e di guadagnare il 2% in 48 ore.
La casa sta riprendendo quota: a San Francisco e Miami, si ricomincia a vendere a prezzi molto interessanti. Le banche, con i miliardi di profitti e di denaro liquido forniti dalla FED americana a tasso zero nelle loro casseforti, devono tornare a prestarli a interessi più alti per poter continuare a lucrare sulla differenza tra costo e rendimento del danaro.
Fonte:www.miamimmobili.it

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